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Dimmi come cammini e ti dirò chi sei

La psicologia del camminare esplora il rapporto tra andatura, emozioni e vita psichica, aiutandoci a distinguere ciò che osserviamo da ciò che immaginiamo.

Donna che cammina in un ambiente urbano, con scie trasparenti che riproducono le fasi del passo.

A volte riconosciamo una persona prima ancora di distinguerne il volto. Basta vederla attraversare una strada: una certa inclinazione del busto, il ritmo delle braccia, quella breve esitazione prima di cambiare direzione. Il movimento conserva qualcosa di familiare. E quando la persona ci è sconosciuta, bastano pochi passi perché cominciamo a immaginarne il carattere. Ci sembra sicura, inquieta, distante. Prima che abbia parlato, le abbiamo già attribuito una storia.

«Dimmi come cammini e ti dirò chi sei» esprime questa fiducia nella nostra capacità di leggere gli altri. È una promessa seducente, soprattutto in un tempo che cerca chiavi rapide per interpretare la complessità umana. Il corpo sembra offrire un accesso privilegiato: spontaneo, visibile, apparentemente meno sorvegliato delle parole. Ma proprio questa impressione di immediatezza merita attenzione. Fra il movimento che osserviamo e il significato che gli attribuiamo si apre uno spazio occupato dalle nostre aspettative.

Da psichiatra, psicoterapeuta e sessuologo, è questo spazio che mi interessa esplorare. Il modo di camminare può contribuire a comprendere come una persona sta, come affronta l’ambiente e quali difficoltà incontra. Il suo valore emerge quando lo mettiamo in relazione con la salute, la storia e le parole di quella persona. Separato da tutto questo, un gesto diventa facilmente il pretesto per raccontare una storia che appartiene soprattutto a chi guarda.

Il corpo che vediamo e quello che abitiamo

Esistono almeno due modi di conoscere un corpo. Possiamo osservarlo dall’esterno, misurandone la velocità e l’equilibrio. Oppure possiamo provare a capire come viene vissuto: quanto costa alzarsi, quanta attenzione richiede attraversare una stanza, quanto ci si sente liberi di essere visibili. La stessa distanza può essere irrilevante per chi la guarda e impegnativa per chi deve percorrerla.

Pensiamo, per esempio, a una persona che entra in una sala affollata. Il suo passo può rallentare mentre cerca qualcuno, oppure perché teme di essere osservata. Può avere dolore a un ginocchio, indossare scarpe scomode, sentirsi fuori posto. Il movimento visibile è il punto d’arrivo di possibilità molto diverse. Per comprenderlo occorre restituirgli il contesto che il nostro sguardo tende a cancellare.

Questa distinzione ha conseguenze concrete nella relazione di cura. Se diciamo a qualcuno che le sue spalle rivelano insicurezza, gli consegniamo un’interpretazione già conclusa. Se gli chiediamo che cosa prova mentre entra in una stanza piena di persone, apriamo una possibilità di conoscenza. Potremmo scoprire vergogna, dolore, stanchezza o semplicemente nessun disagio. Anche quest’ultima risposta deve poterci sorprendere e correggere.

La profondità clinica comincia dalla disponibilità a lasciare che l’altro modifichi la nostra prima impressione.

La fatica di muoversi nella depressione

In psichiatria l’osservazione del movimento fa parte dell’esame clinico. La psicomotricità riguarda il modo in cui l’attività motoria si intreccia con la vita psichica: la facilità di iniziare un gesto, la sua velocità, l’irrequietezza, la povertà dei movimenti spontanei. Il cammino è una delle sue manifestazioni e acquista significato insieme agli altri elementi della valutazione.

Nella depressione può comparire un rallentamento psicomotorio. Un piccolo studio pubblicato nel 2009 su Psychosomatic Medicine confrontò 14 pazienti ricoverati per depressione maggiore con persone senza una storia depressiva. Nei pazienti furono osservati, fra gli altri aspetti, minore velocità del passo e minore oscillazione delle braccia. Un secondo esperimento dello stesso lavoro studiò 23 universitari dopo un’induzione di umore triste o positivo. I risultati suggerivano un legame fra stato affettivo e organizzazione del movimento, pur entro i limiti di campioni ridotti. [1]

Per avvicinarsi al significato umano di questi dati può essere utile immaginare una mattina in cui ogni azione richiede una decisione separata: scostare le coperte, sedersi, raggiungere il bagno. Ciò che normalmente accade con poca attenzione diventa un compito. Quando una persona descrive il proprio corpo come pesante, quella parola può esprimere la fatica concreta con cui vive le sue giornate. La lentezza osservabile è soltanto una parte di quell’esperienza.

Il rallentamento, tuttavia, non è presente in tutte le depressioni; possono esserci anche agitazione e irrequietezza. Inoltre, dolore, malattie neurologiche ed effetti dei farmaci possono modificare l’andatura. Per questo, un cambiamento rispetto al modo abituale di muoversi invita a una valutazione complessiva. La domanda clinica riguarda quando è iniziato, che cosa lo accompagna e quanto limita la vita quotidiana. [5, 8]

Pensare in questi termini modifica anche il nostro atteggiamento verso chi procede lentamente. Prima di chiamarlo svogliato, possiamo domandarci quanto sforzo gli richieda un gesto che a noi sembra elementare.

Quando un gesto automatico diventa un esame

L’ansia rende particolarmente evidente il rapporto fra movimento e contesto. Immaginiamo di camminare lungo un corridoio sapendo di essere valutati. Potremmo cominciare a chiederci dove tenere le mani, se il passo sia troppo rapido, se il corpo appaia impacciato. Un’attività abitualmente spontanea diventa qualcosa da sorvegliare. Questa scena quotidiana aiuta a comprendere che cosa significhi sentirsi esposti allo sguardo altrui, senza trasformare ogni esitazione in un sintomo.

Nella conversazione terapeutica vale la pena esplorare proprio il senso di questa sorveglianza. Che cosa teme la persona che accada se smette di controllarsi? Quale giudizio immagina? Quando riesce a muoversi senza pensarci? Le risposte possono illuminare una difficoltà che la semplice descrizione della postura lascerebbe intatta. Consentono anche di distinguere una sofferenza dalla varietà ordinaria dei modi di essere.

Nel disturbo ossessivo-compulsivo possono esistere rituali che coinvolgono i movimenti: ripetere un’azione, contare, cercare una sensazione di esattezza. L’elemento clinicamente rilevante è il rapporto con pensieri intrusivi, disagio, obbligo di ripetere e interferenza nella vita. Un passo regolare o una postura rigida, da soli, non identificano il disturbo. [6]

Anche l’immagine di un corpo che si protegge va usata con misura. In psicoterapia può aiutare una persona a descrivere il proprio sentirsi costantemente in guardia. Diventa fuorviante quando viene presentata come la prova che un trauma sia riconoscibile nella posizione delle spalle o del bacino. Una metafora è utile finché permette di pensare e di parlare; se pretende di spiegare tutto, finisce per impedirci di ascoltare.

Le prime impressioni hanno una loro psicologia

La ricerca sul movimento biologico utilizza un espediente visivo affascinante: i point-light display. Il corpo viene rappresentato da pochi punti luminosi in corrispondenza delle articolazioni. Scompaiono volto, abiti e molti dettagli dell’aspetto, mentre rimane la dinamica del movimento. Anche davanti a queste figure essenziali, gli osservatori formulano impressioni sulla persona.

Uno studio di John Thoresen e colleghi, pubblicato su Cognition nel 2012, mostrò una distinzione decisiva: i giudizi di personalità suscitati dalla camminata risultavano coerenti fra gli osservatori, ma non accurati rispetto ai tratti dichiarati dalle persone osservate. Il consenso poteva dunque essere forte anche quando la conoscenza dell’altro era debole. [2]

È un risultato che merita di uscire dal laboratorio. In un colloquio di lavoro, a scuola, durante un primo incontro, un’impressione condivisa può assumere il peso di un fatto. Se tutti percepiscono qualcuno come insicuro, diventa difficile ricordare che quella parola descrive anzitutto l’effetto che produce su di noi. L’apparente evidenza può rendere il pregiudizio più resistente alla verifica.

Esistono anche associazioni statistiche fra personalità e andatura. Uno studio su oltre 15.000 adulti, ricavati da cinque campioni, ha collegato alcuni tratti, fra cui estroversione e coscienziosità, a una maggiore velocità del cammino rilevata successivamente. [3] Si tratta di relazioni osservate nei gruppi: non permettono di ricavare il carattere di un passante dalla velocità con cui attraversa una piazza, né dimostrano che un tratto sia la causa diretta di quel ritmo.

Il contesto sociale aggiunge altre domande. Che cosa chiamiamo un passo autorevole? Quanto della nostra idea di sicurezza coincide con il modo in cui ci aspettiamo che si muovano un uomo, una donna, una persona giovane? E quale spazio lasciamo ai corpi con disabilità? Attribuire qualità morali all’andatura rischia di far passare per psicologia una preferenza per certi corpi e certe convenzioni. La prudenza interpretativa è anche una forma di rispetto.

Il cervello che cammina e il corpo che sente

Camminare richiede un’integrazione continua fra sistemi motori, informazioni sensoriali e attenzione. Vista, equilibrio e percezione della posizione del corpo contribuiscono a regolare il passo. Le difficoltà possono emergere per ragioni diverse e concomitanti; già questo rende insufficiente qualsiasi lettura esclusivamente psicologica dell’andatura. [5]

La dopamina partecipa alla regolazione del movimento, ma definirla semplicemente la sostanza del piacere o della sicurezza dà un’illusione di chiarezza. La malattia di Parkinson mostra quanto i sistemi dopaminergici siano importanti per la funzione motoria; non offre una formula per risalire dal passo all’umore o ai livelli di un neurotrasmettitore. [9] Dare un nome cerebrale a un fenomeno non significa averne spiegato tutta la complessità.

Una domanda ulteriore è se il rapporto funzioni anche nell’altra direzione: il modo di muoverci può influenzare alcuni processi psicologici? In un esperimento pubblicato nel 2015, 39 universitari furono guidati attraverso un sistema di biofeedback ad adottare uno stile di cammino più vicino a quello associato alla tristezza oppure alla felicità, mantenendo costante la velocità. I gruppi mostrarono differenze nel ricordo relativo di parole positive e negative. [4]

Il risultato suggerisce un’influenza del movimento sull’elaborazione delle informazioni emotive. La sua portata va mantenuta precisa: riguarda un compito sperimentale in un piccolo gruppo non clinico e non dimostra che una camminata più energica curi la depressione. Il suo interesse sta nella possibilità di studiare il corpo come parte attiva dell’esperienza mentale, capace di contribuire a ciò che percepiamo e ricordiamo.

Per chi soffre, questa prospettiva dovrebbe tradursi in possibilità accessibili, senza diventare un nuovo obbligo di apparire vitale. Dire a una persona depressa di raddrizzare le spalle può aggiungere al peso della malattia quello di sentirsi responsabile della propria espressione corporea.

Intimità e libertà di sentire

La sessuologia incontra una questione affine: la distanza fra il corpo vissuto dall’interno e quello che immaginiamo osservato dall’esterno. Durante l’intimità, chiedersi continuamente come si appare può occupare lo spazio dell’esperienza. È una dimensione da esplorare attraverso ciò che la persona racconta del desiderio, del piacere, della vergogna e della relazione.

Il bacino, tuttavia, non è una mappa leggibile della storia sessuale. Dalla sua mobilità durante il cammino non possiamo stabilire quanto qualcuno sia disponibile all’intimità, abbia vissuto un trauma o riesca a provare piacere. Interpretazioni di questo tipo possono essere particolarmente invasive: attribuiscono un significato intimo a un corpo senza che la persona abbia avuto la possibilità di raccontarsi.

Esistono relazioni cliniche fra dolore sessuale, paura, difficoltà di eccitazione e tensione muscolare. Proprio perché queste interazioni sono complesse, richiedono un’anamnesi e, quando indicato, una valutazione fisica. Le possibili cause comprendono condizioni mediche, effetti dei farmaci e fattori relazionali o psicologici. Il percorso può coinvolgere competenze ginecologiche o urologiche, sessuologiche, psicoterapeutiche e di riabilitazione del pavimento pelvico, secondo il problema specifico. [7]

L’obiettivo è aiutare la persona a riconoscere ciò che sente, esprimere i propri limiti e trovare condizioni di intimità desiderate e sostenibili. Il corpo non deve dimostrare, attraverso la scioltezza dei suoi movimenti, di aver raggiunto una presunta maturità emotiva.

Approfondisco tuttiquesti temi nel mio libro Io, Te e il Sesso.

Ritrovare possibilità di movimento

Che cosa significa, allora, prendersi cura di un corpo che ci sembra irrigidito, rallentato o estraneo? Il punto di partenza è capire quale difficoltà stia vivendo. Un cambiamento persistente del cammino, un dolore o una perdita di equilibrio meritano attenzione medica. Sul versante psicologico, contano la sofferenza e le rinunce: evitare di uscire, sentirsi continuamente osservati, faticare ad avviare le attività quotidiane. [5, 8]

La cura dipende da questa valutazione. Per la depressione, le opzioni comprendono interventi psicologici, farmaci quando indicati e, in situazioni appropriate, programmi di attività fisica strutturata, tenendo conto di gravità, preferenze e condizioni della persona. [8] La psicoterapia può offrire uno spazio per comprendere il rapporto con il proprio corpo; la valutazione medica consente di riconoscere problemi che richiedono interventi differenti. Ogni proposta deve avere un obiettivo concreto, condiviso e verificabile.

Anche il significato di un miglioramento è personale. Può essere tornare a raggiungere un amico a piedi, entrare in un luogo senza preparare ogni gesto, concedersi di camminare lentamente senza vergogna. Sono cambiamenti che riguardano la libertà di vivere, prima ancora dell’impressione prodotta su chi guarda.

Possiamo quindi tornare alla persona intravista dall’altra parte della strada. Il suo passo ci ha colpiti e ha suscitato un’intuizione. Possiamo conservarla come una domanda, lasciando che l’incontro le dia un significato, la trasformi o la smentisca. A volte il modo in cui qualcuno cammina ci farà accorgere di una fatica. Per capire a chi appartiene quella fatica, e quale aiuto desideri, dovremo fermarci ad ascoltare.

Riferimenti e approfondimenti

[1] Michalak J, Troje NF, Fischer J, Vollmar P, Heidenreich T, Schulte D. Embodiment of sadness and depression—gait patterns associated with dysphoric mood. Psychosomatic Medicine. 2009;71(5):580–587. Consulta la fonte

[2] Thoresen JC, Vuong QC, Atkinson AP. First impressions: Gait cues drive reliable trait judgements. Cognition. 2012;124(3):261–271. Consulta la fonte

[3] Stephan Y, Sutin AR, Bovier-Lapierre G, Terracciano A. Personality and Walking Speed Across Adulthood: Prospective Evidence From Five Samples. Social Psychological and Personality Science. 2018;9(7):773–780. Consulta la fonte

[4] Michalak J, Rohde K, Troje NF. How we walk affects what we remember: Gait modifications through biofeedback change negative affective memory bias. Journal of Behavior Therapy and Experimental Psychiatry. 2015;46:121–125. Consulta la fonte

[5] Merck Manual Professional Edition. Gait Disorders in Older Adults. Consulta la fonte

[6] National Institute of Mental Health. Obsessive-Compulsive Disorder: When Unwanted Thoughts or Repetitive Behaviors Take Over. Consulta la fonte

[7] American College of Obstetricians and Gynecologists. When Sex Is Painful. Consulta la fonte

[8] National Institute for Health and Care Excellence. Depression in adults: treatment and management. Linea guida NG222. Consulta la fonte

[9] National Institute of Neurological Disorders and Stroke. Parkinson’s Disease. Consulta la fonte

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